Qualunquemente - Aielli's House

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Tutti a Silanus conoscono Casa Aielli, che da quest’anno diventerà certamente famosa in tutto il mondo col vezzoso nomignolo di Aielli’s House.

Aielli’s House è ormai quanto resta di un antica casa nobiliare appartenuta alla famiglia Sequi, oltre l’ex sindaco Manlio Aielli, figlio di Tito e di  Maria Francesca Sequi, sorella di donna Fanina, nel recente passato ha ospitato anche il vecchio parroco di Silanus e un medico condotto.

Era una stupenda casa antica di architettura spagnoleggiante, con un bellissimo giardino e un grande portale, fino a quando, una volta acquisita al patrimonio comunale, non è stata completamente sventrata per la realizzazione di un complesso multifunzionale, con una drammatica operazione architettonica piuttosto discutibile.

La via dietro il complesso multifunzionale, realizzata in parte sulle pertinenze della villa si chiama anch’essa: “Aielli”.

Ma chi era questo Aielli? Manlio, nato a Silanus il 01.10.1889, era un ufficiale dei Reali Carabinieri che nel secondo dopoguerra, una volta rientrato a Silanus, ne diventò sindaco dal giugno del 1952 fino al 1965, quando gli subentrò Peppino Carboni.

In realtà non sappiamo perché, tra tutti i sindaci di Silanus, proprio questo abbia avuto l’onore di avere intitolato un edificio comunale ed una via, possiamo ipotizzare che qualcosa di importante l'abbia fatta davvero, se l’iniziativa ha avuto l’approvazione della deputazione di storia patria.

Facendo una piccola ricerca, salvo assai improbabili omonimie, si rintraccia un Cav. Maggiore Manlio Aielli, Comandante del Gruppo di Sassari, presso la Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Cagliari. Contestualmente si scopre che il nostro beneamato maggiore, nonché futuro sindaco, nel 1943 comandava il corpo di guardia dei carabinieri presso il campo di concentramento di Fertilia, ebbene si, anche in Sardegna abbiamo avuto il nostro bel campo di concentramento fascista, fatto che probabilmente gran parte dei sardi non hanno mai saputo o dimenticato.
Questo campo, debitamente censito dal sito www.campifascisti.it, era un vero e proprio campo di concentramento, attivo per soli sei mesi dal gennaio a luglio del 1943 quando cadde il fascismo e venne sgomberato, nella la sua breve vita operativa ha ospitato mediamente 275 prigionieri.

Gli “ospiti” del campo originari della Venezia Giulia, venivano avviati ai lavori forzati per la bonifica della Nurra di Alghero, provenivano dal "campo di concentramento di Molat - uno dei campi fascisti più pesanti per scarsità di cibo, condizioni igieniche e misure repressive. In un documento datato 14 aprile 1943, l'ufficiale sanitario del comune di Alghero, il dottor Antonio Silanos, propone l'allontanamento dal campo di Fertilia di ben 36 internati affetti da diverse serie patologie, tra le quali "gravissimo deperimento organico", "pleurite" o altre malattie dell'apparato respiratorio. In realtà, nessun internato sarà mai trasferito altrove dal campo".

Ma le condizioni del campo di Fertilia non erano certo migliori, questo si desume dai documenti dell’epoca: "Da una lettera del 18 marzo veniamo a sapere che il primo gruppo di internati arrivati a Fertilia è in "condizioni deplorevolissime di vestiario (….) alcuni sono ridotti con la sola camicia e mutande e non possono pertanto lavorare".
L'Ufficio Prigionieri di Guerra del Comando Forze Armate della Sardegna intima all'E.S.C. di procurare agli internati "il vestiario e la biancheria di cui abbisognano poiché non è umano né decoroso che raggiungano la nuova destinazione nelle attuali, deplorevoli condizioni, tali da destare penosissima impressione; essi sono ignudi, scalzi, taluni con una semplice mutandina ricavata dalle fodere dei pagliericci
".

Il nostro maggiore Aielli comandava il corpo di guardia del campo, gli aguzzini che sorvegliavano i prigionieri sia nel campo e la notte, che sopratutto, durante i massacranti turni di lavoro nelle campagne.
Toccante l’intervista di Bepo Josip Bašić, all’epoca sedicenne, quando descrive il suo arrivo a Fertilia: “Non era un grande campo di concentramento, se prendiamo in considerazione il terreno che occupava. Ma lo stesso, come a Molat, era circondato dal filo spinato, e all'entrata aveva la torretta di sorveglianza. Immediatamente ci hanno avvisati che dovevamo andare al lavoro.
Al mattino ci hanno svegliato con le fruste, specialmente il maresciallo Chiesi usava la frusta. Lui era molto pericoloso”.
(...)
“Venivamo scortati dai carabinieri. La costruzione della strada avveniva fra Sassari e Alghero. Da quello che mi ricordo penso che la strada portava nella direzione di una miniera, mi sembra che forse era una miniera d'argento, non lo so esattamente. La maggior parte dei giorni lavoravo lì, ma c'erano anche dei giorni che lavoravo sui possedimenti dei fascisti, sui terreni dei fascisti. Lì dovevamo pulire l'erba. Queste proprietà erano dei fascisti civili, oppure erano anche dei beni nazionali, dello stato”
.

L'ente statale per il quale lavoravano gli internati si chiamava inizialmente Ente Ferrarese di Colonizzazione, diventato in seguito Ente Sardo di Colonizzazione, poi ETFAS, ERSAT, oggi LAORE (NdA).

Per quanto interessante, non è certo gratificante sapere che abbiamo intitolato una strada e un nostro edificio ad un emerito fascista e per giunta guardiano di un campo di concentramento.

Nel dopoguerra il nostro paesano, ormai pensionato, risulta essere tra gli aderenti al FUQ, Fronte dell’Uomo Qualunque*, un partito di nostalgici del fascismo che mal digeriva l’instaurazione della democrazia rappresentativa. Nel 1947, venne nominato dai vertici romani del partito a commissario per la provincia di Nuoro. Niente di nuovo sotto il sole!
Il termine qualunquista deriva proprio dalla filosofia che ispirava questo bizzarro partito, oggi diremmo: un misto di fascismo, populismo e antipolitica, un partito dove gli “uomini qualunque”, affidavano le sorti della nazione agli uomini forti.
Una pessima dottrina politica che ancora oggi è sinonimo di disimpegno e menefreghismo. Dopo una breve stagione I “qualunquisti” transitarono nei partiti della destra italiana, principalmente nel MSI – Movimento Sociale Italiano.

* Le origini del qualunquismo in Sardegna
Giuseppe Serra

Il giudizio storico che i silanesi danno su Aielli non è univoco, tra i vecchi c’era chi lo considerava un ottimo sindaco ed altri pessimo, valutazione che probabilmente si riscontra per ciascun sindaco, passato, presente e futuro, ma non è l’aspetto “paesano” che dovremmo considerare, poiché sarebbe un esercizio inutile.

Resta il dubbio, specialmente per chi non conosceva i trascorsi di questo “signore”, circa l’opportunità politica e storica di ricordarlo.

Se continuiamo a celebrare la “Giornata della Memoria” e ricordare le vittime del fascismo, non possiamo più far finta di non sapere che Aielli stava dalla parte sbagliata, non possiamo ricordare vittime e carnefici allo stesso modo. Fuorviante sarebbe anche giustificarlo in quanto mero esecutore di ordini superiori, visto che anche tra i carabinieri ci furono coloro che, con ben altri ideali, si rifiutarono di eseguire ordini sbagliati, pagando anche con la vita la loro disobbedienza.

Detto questo, forse sarebbe opportuno mettere Aielli fuori da casa nostra!

A.M.