Esiste la Nazione Sarda?

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Il rivendicazionismo è una costante tipica del comune sentire dei sardi ogni qualvolta si apre un conflitto con lo stato italiano, sia che si tratti del prezzo dei prodotti agricoli, del caro traghetti o di inquinamenti vari. L'orgoglio sardo, e sardista, si manifesta in una serie variegata di gradienti che può andare dalla garbata protesta, allo sciopero generale, fino al tumulto di piazza, talvolta accompagnato dalla richiesta di maggiore autonomia, magari federalista e in casi estremi con la minaccia di secessione, nel più classico e collaudato modello leghista.

È evidente, almeno per chi ha maturato un certo percorso indipendentista che si tratta di comportamenti puerili quanto prevedibili e come tali assai poco costruttivi, azioni sporadiche, poco convinte e poco convincenti volte esclusivamente ad ottenere piccole concessioni nell'ambito del mantenimento dello status quo.

Eppure ai sardi, sardi intesi come abitanti della Sardegna, non dovrebbe sfuggire che la crisi che si sta abbattendo sull'Italia non lascerà nulla come prima, basta sentire le dichiarazioni del board di governo, dove ormai l'insulto e la volgarità ha preso il posto della già scarsa lucidità operativa.

Servirà alla Sardegna l'auspicata uscita di scena di Berlusconi sostituito da un governo di solidarietà nazionale, guidato magari da Casini-Tremonti e Bersani, oppure dalla presa del potere da parte del cosiddetto centro-sinistra con Vendola leader e Draghi supervisore europeo? Siamo realisti, un punto in meno di debito pubblico e mezzo punto di PIL in più non daranno mai nulla di più alla Sardegna il cui declino è definitivamente segnato in quanto territorio assolutamente non funzionale alle esigenze di un grande paese come l'Italia.

Un paese grande, troppo grande per fallire, con un debito pubblico senza controllo, un evasione fiscale colossale e un sistema politico-amministrativo corrotto in ogni sua articolazione centrale e periferica. Fin troppo ovvio decidere che l'Italia dovrà fondare la propria sopravvivenza nelle economie e nello spostamento delle risorse dalle zone non strategiche a favore di quelle strategiche; pertanto, in questa logica ogni euro speso in Sardegna è un euro sprecato per il rilancio, o meglio, galleggiamento, del sistema Italia.

Perché sorprenderci se la parte buona della Tirrenia è stata "affidata" ad un pool di aziende filo-governative, perché indignarci se le politiche agricole vengono decise dalle lobby agrarie della penisola, perché indignarci se i nostri "giacimenti" eolici e solari vengono regalati alle solite ditte per quattro denari, perché scandalizzarci se sopra ogni iniziativa capace di portare redditto c'è il capitale estero con le banche che applicano in Sardegna tassi più elevati che altrove.

Solo la miopia indotta dal voler considerare la Sardegna un porto franco per ogni speculazione perché abitata da gente indolente e incapace di badare a se stessa ci ha portato ad essere uno dei posti più poveri d'Europa quando avremmo potuto godere un po meglio delle nostre risorse che non sono certo povere, e invece ci siamo ridotti ad essere completamente dipendenti sotto tutti i punti di vista dall'Italia.

La chiave di questa sudditanza risiede principalmente nella completa resa alla egemonia politica e culturale italiana da parte delle classi dirigenti sarde discesa poi a cascata in ogni meandro della popolazione attraverso la pubblica amministrazione ivi compresa la scolarizzazione di modello "coloniale". Per reazione si nota ancora oggi un certo razzismo di ritorno, poveracci che ancora credono nelle fandonie di una fantomatica razza sarda pura, custode di chissà quale specialità recondita, argomenti sempre buoni per il buon selvaggio che intrattiene il signore con le danze e i costumi variopinti, o per il suddito ribelle che risponde con le sassate alle vessazioni del potente di turno.

Tutti questi che sarebbero argomenti buoni per le battaglie progressiste sono stati invece colpevolmente rimossi dai temi della sinistra "sarda", semplicemente perché per la sinistra la questione sarda non esiste, ed in questo si assume due enormi colpe.

La prima è che la sinistra sarda ha fatto arretrare di decenni il sistema Sardegna ritenendolo subordinato agli interessi "generali" dell'Italia Unita accentuando il gap col resto d'Italia.

La seconda è che potrebbe lasciare campo libero a forze populistiche, sul modello lega, capaci di blindare l'attuale sistema di potere per altri decenni.

Eppure ben pochi a sinistra hanno aperto lo sguardo sull'opzione indipendentista, ma lungi da questo, spesso si rigetta anche la sola idea che la Sardegna sia una "nazione", per la stragrande maggioranza dei sardi, di sinistra, centro e destra, l'idea di "nazione" è semplicemente innaturale e magari anche eversiva, confondendo stato con nazione e preferendo cancellare la propria peculiarità nazionale piuttosto che considerare nemmeno l'ipotesi di uno stato plurinazionale sul modello di tanti altri. È evidente che se a sinistra non si riconsiderano certe pregiudiziali nazionalistiche italiane sarà impossibile progettare modelli di sviluppo realmente utili per la Sardegna.

Al momento uno dei rari esponenti di centro-sinistra che pone con una certa regolarità il problema è Massimo Dadea, nell'articolo odierno si spinge a fare dieci domande al suo partito, a cominciare dalla questione morale e politica poiché evidentemente si è accorto che esiste anche a sinistra un enorme problema di disonestà e corruzione nella gestione della cosa pubblica. Dubito che le sue dieci domande saranno prese in debita considerazione dal suo Partito Democratico anche perché dovrebbero sfociare nella risposta ovvia alla decima domanda, ovvero esiste un "popolo sardo"? La sinistra di governo sardo, come la destra, la risposta se l'è già data da un pezzo, anzi, non se la pone nemmeno, per essa il popolo "nazionale" sardo, se mai è esistito, oggi non esiste più sostituito dalla comune appartenenza regionale alla nazione italiana, con buona pace per la nostra cultura, lingua e storia.

Angelo Morittu