Le parole: forma o sostanza?

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Mi è sempre piaciuto ascoltare e cercare nelle parole il senso esatto e non fermarmi al suono o all'effetto che alcune di esse fanno in chi le ascolta. In politica si usano parole che creano nell'ascoltatore aspettative e spesso esercitano un potere stimolante o addirittura ammaliante. Parole che, distorte nel significato, fanno apparire tutto come nuovo, semplice e immediato.

Pochi giorni sono trascorsi dal risultato referendario e già si vedono gli effetti dell'uso delle parole pronunciate ai sardi, ma soprattutto si nota come molti promotori dei referendum, probabilmente, non abbiano dato senso a parole lette, parole che strutturano articoli costituzionali e che non possono essere interpretate o usate come spot elettorali.

Non essendo una costituzionalista, appena visti i quesiti referendari, mi sono informata, mi sono messa a studiare, diciamo così, e nei limiti dell'informazione obiettiva ho cercato di trovare i motivi per votare SI o NO. Non trovando aderenza ai quesiti ho deciso di non andare al voto perché mi sono resa conto che c'erano delle discrepanze rispetto a quello che alcune leggi nazionali (L.48 del 2003 ) dicono in materia; mi è sembrato, inoltre, che persino nell'interpretazione di alcuni articoli del nostro statuto speciale, vedi art. 43, ci fosse qualcosa che non mi tornava.

Per tutti questi motivi ho deciso di non PARTECIPARE a una scelta che NON mi convinceva e ho esattamente svolto il mio diritto/dovere di cittadina che, di fronte a un referendum e non a una elezione amministrativa o politica, non si riconosce e decide di non esprimere il proprio punto di vista.

Avrei preferito sicuramente che i partiti in modo chiaro esprimessero una valutazione a proposito del referendum abrogativo; avrei preferito una informazione che descrivesse non le ragioni del SI o del NO ma il quadro che si sarebbe presentato qualora proprio i SI avessero "vinto": tutto ciò non è accaduto e personalmente mi sono trovata a decidere in un modo e ad essere giudicata pro-casta e poco attenta agli sprechi che stanno mettendo in ginocchio la Regione Sardegna.

E' stato inutile spiegare che non potevo partecipare a una battaglia che vedeva fra i referendari, che chiedevano la soppressione delle nuove province, le stesse persone che ne chiesero a loro tempo l'istituzione; è stato inutile spiegare anche solo agli amici che esistono delle leggi nazionali che non possono essere superate da leggi regionali e che, secondo il mio punto di vista, nessuno può decidere per la provincia altrui: se referendum abrogativo doveva essere che fosse studiato in modo tale che un gallurese potesse decidere della provincia Olbia-Tempio e non della provincia Ogliastra.

Perché scrivo queste cose? Perché sono sicura che se i cittadini venissero correttamente informati, ci sarebbero meno rischi di alimentazione di demagogia e populismo; ci sarebbe un uso corretto degli strumenti di partecipazione come i referendum e non un abuso di essi.

Riprendendo un discorso di Rodotà della scorsa settimana, credo che la parola PARTECIPAZIONE abbia senso solo se tutti partecipano a un progetto curandolo dalla nascita fino al percorso finale e non partecipando solo alla ratifica di qualcosa già decisa in altre sedi e servita come un dessert a fine pasto altrui.

Non ho mai pensato che fare politica possa ridursi a un muro contro muro. Non ho mai sopportato chi, come negli ultimi mesi, porta avanti battaglie personali o di parte usando in modo spregiudicato il malcontento generale. Credo che ancora una volta non abbia vinto la democrazia. Credo che sia arrivato anche il momento di dirci chiaramente che questa democrazia formale è quello che sta creando l'allontanamento dei cittadini dalla politica. Credo che aderire a operazioni di maquillage o a vendette politiche personali non sia democrazia ma sia derogare al dovere di cittadinanza, che, invece, dovrebbe metterci in condizione di garantire la sopravvivenza di istituzioni nate da un confronto, quello sì democratico, fra forze politiche unite non da una uniformità di ideologia, ma dal desiderio di dare a uno Stato appena nato una democrazia che fosse frutto di punti di vista differenti e perciò rappresentativi di tutta la società.

Mi chiedo se le parole di un democristiano come Aldo Moro, di cui in questi si commemora l'omicidio, abbiano ancora senso in questo panorama politico scadente e non lungimirante; mi chiedo se oggi si riesca a comprendere questa frase: "In tale direttrice diviene indispensabile progettare convergenze di lungo periodo con le sinistre, pur rifiutando il totalitarismo comunista".

Io credo di no, perché in queste parole c'è la PROSPETTIVA di un lavoro comune per uno stato comune in cui ogni forza politica mantiene la propria identità senza commistioni-brodaglia e senza la necessità di ri(n)correre alla piazza per perpetuarsi nella mediocrità che è sempre più evidente.

La classe politica incapace si sostituisce con progetti, con la partecipazione reale dei cittadini che, in base all'art 49 della Costituzione possono accedere ai partiti e alle cariche istituzionali. La classe politica incapace che chiama a raccolta il popolo per abrogare istituzioni elettive a me fa paura, per questo credo che i referendum siano solo, in questo caso, strumento brandito contro e non uno strumento democratico.

Giovanna Casagrande*

* articolo ripreso dal sito dell'Associazione Nino Carrus www.ninocarrus.it