Salsicce drogate

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maiale drogato

Per qualche giorno Silanus è assurto agli onori della cronaca per la scoperta di una rigogliosa coltivazione di canapa indiana sul suo territorio, centinaia di grandi piantone che ridotte in trinciato e fumate avrebbero permesso una visione più positiva della triste realtà che ci circonda e lauti guadagni per i produttori, un rarissimo esempio di commercio dove venditore e compratore sono ugualmente soddisfatti.

 

All'alba un dispiegamento di truppe ed elicotteri degno di Apocalypse Now ha circondato ed eradicato la malefica piantagione con un frastuono infernale ponendo fine ai sogni di sballo di centinaia di consumatori che non potranno nemmeno rifugiarsi nell'alcool visto che la produzione vinicola si annuncia piuttosto scarsa. Contemporaneamente si scoprono decine di altre coltivazioni nel resto della Sardegna, anche qui nulla di strano, siamo nella stagione giusta visto che la pianta matura in autunno come l'uva, solo che a vendemmiare normalmente non si va con l'elicottero.

 

In effetti non c'è nulla di nuovo sotto Mont'Arbu visto che i vecchi raccontano che a Silanos è dal secolo scorso che si coltiva tia Maria Juanna conosciuta ed importata dalle lontane terre di emigrazione e rimpiangono l'antica qualità sicuramente migliore di quella attuale, ma probabilmente lo dicono solo perché allora erano molto più giovani.

 

Lo stesso toponimo del sito di coltivazione “cannarza” (terra delle canne) è rivelatore della particolare vocazione agricola del luogo, così come anche la famosissima “funtana 'e cannone” di Macomer.

 

Questa volta anche i macomeresi hanno potuto apprezzare la vicinanza con l'inceneritore di Tossilo visto che la combustione delle piante di canapa ha diffuso in tutta la zona un profumino inebriante e una inesplicabile sensazione di benessere, particolarmente apprezzata da cassintegrati e disoccupati.

 

Quello che mi lascia perplesso è la grande enfasi che si da a queste operazioni sopratutto da parte della stampa che evidentemente non trova niente di meglio da pubblicare. Senza nulla togliere alla gravità dei reati legati al traffico degli stupefacenti mi chiedo se davvero siano questi fatti che più ci devono preoccupare e non quelli ben più gravi che avvengono alla luce del sole perché legalizzati.

 

Mi riferisco, ad esempio, alla piantagione di pale eoliche sorte a Campeda, era evidente anche ai profani che non poteva essere possibile perpetrare un danno così grave al nostro ecosistema senza che nessuno intervenisse, ergo nessun elicottero ha impedito che le pale eoliche attecchissero, proliferassero e portassero lauti guadagni ai criminali dal bianco colletto, due pesi e due misure, evidentemente.

 

Ancora più grave la notizia di reato denunciata dal Movimento Pastori Sardi che si sono sostituiti alle forze dell'ordine bloccando alcuni autotreni carichi di carne destinata al mercato sardo, verosimilmente spacciata per nostrana e utilizzata anche per confezionare le rinomate salsicce sarde.

 

La domanda sorge spontanea: è normale che debbano essere i cittadini a “sollecitare” la giustizia?

 

Se è vero che chi si droga lo fa consapevolmente, è altrettanto vero che le truffe alimentari sono molto più gravi poiché le vittime vengono sistematicamente ingannate, eppure tutti i giorni sbarcano in Sardegna centinaia di tonnellate di generi alimentari senza che nessuno faccia i doverosi e reali controlli. Al danno alla salute si aggiunge quello economico visto che ormai non riusciamo più a produrre quel che ci serve a causa della concorrenza sul prezzo portata dai prodotti di dubbia provenienza e qualità, testimoniata dalla situazione disperata dei nostri imprenditori agricoli.

 

Senza scadere nel benaltrismo speriamo quindi che, passata la stagione della canapa, le forze dell'ordine si concentrino nei controlli e nella repressione delle frodi alimentari più o meno legalizzate che stanno distruggendo la nostra economia.

 

Commenti

admdortos ha scritto:

Se è vero che chi si droga lo fa consapevolmente, è altrettanto vero che le truffe alimentari sono molto più gravi poiché le vittime vengono sistematicamente ingannate, eppure tutti i giorni sbarcano in Sardegna centinaia di tonnellate di generi alimentari senza che nessuno faccia i doverosi e reali controlli. Al danno alla salute si aggiunge quello economico visto che ormai non riusciamo più a produrre quel che ci serve a causa della concorrenza sul prezzo portata dai prodotti di dubbia provenienza e qualità, testimoniata dalla situazione disperata dei nostri imprenditori agricoli.

 

Senza scadere nel benaltrismo speriamo quindi che, passata la stagione della canapa, le forze dell'ordine si concentrino nei controlli e nella repressione delle frodi alimentari più o meno legalizzate che stanno distruggendo la nostra economia.

 

questo aspetto (mi riferisco ai consumi alimentari dei sardi)  è veramente importante e molto più a portata di mano (rispetto alle discussioni ombelicali su chi ce l'abbia più o meno indipendentista... molto di moda fra i nostri politicantes...);

è una materia alla portata e per l'interesse di chiunque, per una indagine ed una riflessione da portare a tappeto in tutta la Sardegna.

Semplice e apprezzabile, ad esempio, la riflessione che ne fa Nicolò Migheli con questa nota pubblicata su "Sardegna democratica".

http://www.sardegnademocratica.it/index/economia/articolo/26432/made-in-sardinia.html

leggete e vedrete come si può indicare la luna ..passando per il braccio.

 

Made in Sardinia

di Nicolò Migheli

 

Il blocco dei porti di Olbia e Portotorres operato dal Movimento dei Pastori Sardi nelle ultime settimane, ha rivelato ai Sardi quello che gli addetti ai lavori già conoscevano e molti sospettavano: molti prodotti sardi non sono fatti con materie prime isolane. Gli agnelli che si vendono in questo periodo sono siciliani, la bottarga è per il 97% fatta con baffe importate dal nord Africa, i culurgionis  con fecola di patate olandese, le seadas  con filate danesi o tedesche, la pasta, il pane, con grani e farine canadesi e ucraine; salumi con carni nazionali e comunitarie, il latte di capra in tetrapak di origine olandese.

Prodotti che diventano "sardi" per il fatto di essere macellati e confezionati in Sardegna. Il tutto in piena legalità. I trasformatori hanno il diritto di farlo, possono utilizzare materie prime che provengono da fornitori che garantiscono loro le condizioni migliori per le loro aziende. I prodotti finali, quelli che finiscono sui banchi dei mercati, sulla nostra tavola, possono essere dichiarati "sardi"? Una coscia di maiale tedesco, lavorata in Sardegna, a volte con una tecnica che non è della nostra tradizione, può diventare prosciutto di (qualsiasi paese famoso per la norcineria).

Una salsiccia, magari fatta con preparati industriali provenienti da dove si voglia, insaccata in uno stabilimento isolano, può essere considerata "sarda". In che cosa si differenzia da un prodotto industriale tedesco, olandese, venduto con qualsiasi marchio? Qui sta l'inganno. Il consumatore all'atto dell'acquisto crede di comprare un prodotto nostro, in realtà non sa cosa si porta in casa. Di quel prodotto non conosce niente se non le minime informazioni obbligatorie per legge. Ci si lamenta spesso che i mercati internazionali siano invasi da cibo con etichette false che ricordano gli alimenti italiani e sardi e poi i primi ad operare in questo modo siamo noi.

Eccetto che per la carne bovina e per i prodotti ortofrutticoli non esiste al tracciabilità degli alimenti. Il consumatore è privo di informazioni davanti al bancone, si deve fidare del macellaio o del salumiere, che a loro volta sanno poco dei prodotti che vendono. La comunicazione al consumatore della tracciabilità totale degli alimenti è sempre stata combattuta in sede nazionale ed europea dalle lobby dell'industria. Gli stessi marchi comunitari a volte non aiutano. Mentre le Denominazioni di Origine Controllata (DOP) garantiscono i produttori di materie prime, i trasformatori e i clienti finali, le Indicazioni Geografiche Protette (IGP) per i prodotti trasformati, sono utili solo dall'industria alimentare.

Le IGP a differenza delle DOP non dicono nulla sull'origine delle materie prime, si limitano a registrare una modalità di trasformazione e confezionamento dell'alimento che deve avvenire in un territorio delimitato e ad impedire che in altri luoghi venga usata quella denominazione. Si hanno così dei paradossi, ad esempio la Bresaola della Valtellina IGP, prodotta solo nella provincia di Sondrio, che di locale ci sarà, visti i volumi di vendita, meno dell'1 per cento della carne utilizzata. Il resto è fatto con cosce bovine che provengono da tutto il mondo. Ma questo il normale consumatore non lo conosce. Crede di comprare un prodotto territoriale, in realtà acquista solo una ricetta, una modalità di trasformazione.

Per le razze animali è diverso, si preferisce l'IGP alla DOP perché con quest'ultima dovrebbe esserci l'approvvigionamento dei mangimi fatto sul territorio indicato e non sempre è possibile. Con questo non si vuole affermare che l'IGP sia inutile, tutt'altro. Il punto nodale resta l'informazione del consumatore che dovrebbe sapere sempre che cosa acquista, soprattutto il cibo, visto che poi lo mangia. Lo stesso Consiglio Regionale della Sardegna con la legge n.1 del 19/01/2010 che riforma gli agriturismi, votata all'unanimità, ha perso un'occasione preziosa per fare chiarezza. All'art. 3, comma 5 dove si istituisce l'Elenco Regionale dei fornitori degli agriturismi, si limita a dire che esso " è costituito dai produttori e trasformatori operanti nel territorio regionale". Non una parola sull'origine delle materie prime. Andremo negli agriturismi e mangeremo porcetti spagnoli, prosciutti tedeschi, culurgionis olandesi e seadas danesi. Tutto questo mentre in Sardegna la crisi dell'agricoltura sta raggiungendo punti di non ritorno.

Il poeta contadino americano Wandell Barry sostiene che "Mangiare è un atto agricolo". Ogni volta che ci presentiamo al mercato decidiamo con l'acquisto quale agricoltura deve sopravvivere e quale deve smettere di produrre. Noi, spesso senza saperlo senza volerlo, stiamo decidendo che sia l'agricoltura sarda a scomparire, che siano i nostri agricoltori e pastori a chiudere le loro aziende. Non basta mostrare solidarietà al mondo agricolo partecipando alle loro manifestazioni, è meglio farlo tre volte al giorno, all'ora dei pasti.

Per fortuna però si registrano anche degli esempi virtuosi di costruzione di filiere, dove produttori e trasformatori si sono uniti e fanno della valorizzazione dei prodotti agricoli sardi il punto di forza delle loro politiche commerciali ed è bene citarli. Nel settore delle carni bovine: il Consorzio del Bue Rosso, quello della Melina e il Bovino Gallurese. Alcuni  produttori di carasau hanno creato un consorzio che include i coltivatori di grano campidanesi, della Trexenta e del Sarcidano, un mulino per la trasformazione. Il risultato è un pane fatto con il lievito madre, di alta qualità nutritiva ed organolettica. Tutti i protagonisti della filiera hanno la giusta remunerazione e i consumatori un prodotto ottimo. Nella suinicoltura il consorzio Filiera del Suino Sardo, fatto da allevatori di maiali ha deciso di verticalizzare la produzione confezionando in proprio salumi derivati dagli animali allevati da loro.

Così come un trasformatore di Ploaghe che, oltre ad essersi inventato i salumi di pecora, ottenendo la certificazione Kosher per il mercato ebraico e quella Halal per quello islamico (con interessanti riscontri economici), ha aperto una linea per la trasformazione delle carni dei suini di razza sarda. Si stanno diffondendo i Mercati Contadini, dove i produttori vendono direttamente ai consumatori, così come nelle città i Gruppi di Acquisto Solidali che  comprano direttamente dagli agricoltori. Una rivoluzione silenziosa.

Non basta. Occorre realmente che sul cibo, sulla salvezza della nostra agricoltura, si formi una grande alleanza che comprenda tutti gli attori della filiera: produttori, trasformatori, commercianti e consumatori. Tutti impegnati nella valorizzazione della nostra agricoltura. In questo la Regione deve svolgere con le sue politiche un'azione di stimolo. Certo, un assessore senza conflitti d'interesse gioverebbe.

La nostra sovranità alimentare, le fonti del nostro cibo, sono troppo importanti per essere lasciate sulle deboli spalle dei contadini e pastori. Ognuno di noi può contribuire ogni giorno, informandosi, esigendo un prodotto sardo. Anche i trasformatori, dichiarando l'origine dei loro prodotti, togliendo l'aggettivo sardo dalle etichette quando la materia prima non è locale. Un atto di trasparenza che i consumatori apprezzerebbero.

15 ottobre 2010

 

 

liberos, rispettados, uguales

(P. Mereu)